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«IN CARCERE NON E’ VITA»
La denuncia di don Spriano, cappellano di Rebibbia
"La Vita Casalese", giovedì 27 agosto 2009

Don Piersandro Spriano è un sacerdote casalese, ordinato da mons. Angrisani nel 1965, viceparroco prima a Occimiano e poi all’Addolorata. Nel 1969 si trasferisce a Roma dove consegue la laurea in Psicologia al Pontificio Ateneo Salesiano. Vive in una parrocchia di borgata dove incontra la povertà e l’emarginazione sociale. Terminato il corso di studi decide di rimanervi. Ben presto approda a Rebibbia come cappellano, che diventa la sua missione: dentro, per prestare conforto alle tante vittime di una società che trova più comodo espellere i più deboli anziché aiutarli; fuori, per dare un rifugio e favorire l’inserimento nella società e nel lavoro a coloro che escono da quel terribile inferno. Don Sandro non è nuovo ad iniziative coraggiose, mai chiassose, ma puntuali e mirate per far conoscere la situazione del carcere. Ha preso parte a numerose trasmissioni televisive serie, che hanno affrontato i temi dell’emarginazione estrema, quella appunto del carcere. Poco prima di ferragosto, mentre in numerose carceri italiane erano incorso forti proteste a causa delle difficili condizioni di vita all´interno delle celle, aggravate dal grande caldo e da un cronico sovraffollamento, ha rilasciato un’intervista alla Radio Vaticana. “La situazione drammatica delle carceri italiane si trascina ormai da troppo tempo senza che nessuno si sforzi di porvi seriamente rimedio - ha affermato don Sandro - non è grave solo rispetto ai numeri, è grave perché non si prendono decisioni di nessun tipo rispetto alla vita quotidiana ordinaria di queste 64 mila persone. Si fa finta che non esistano e allora non ci sono i soldi per fare nulla, mancano gli operatori per fare qualche attività di recupero”. Secondo i dati del Ministero della Giustizia italiano, i detenuti attualmente presenti sul suolo italiano sono in tutto 63.771 a fronte di 43.327 posti regolamentari. Alcuni giorni prima don Sandro aveva preso carta e penna ed inviato una lettera al Papa per denunciare le condizioni di degrado in cui vivono migliaia di detenuti e chiedere a Benedetto XVI di visitare il penitenziario più affollato della Capitale. «Qui ci sono 1.600 detenuti, quattro in celle da due, otto in quelle da quattro», scrive. E lo invitava a celebrare tra le sbarre la messa di Ferragosto, con un appello: «Non ci dimentichi». In merito alla politica di sicurezza portata avanti dell’attuale governo, don Spriano ha affermato: «Mi sembra che attualmente sicurezza significhi mettere il più possibile persone in carcere, tutte quelle che in qualche modo danno fastidio alla società libera. Si sono penalizzate cose che non erano reati prima - ha aggiunto - Questa non è dal mio punto di vista ‘sicurezza’, se non apparente, perché queste persone poi - perché non ci sono i mezzi, non ci sono le risorse umane - non vengono assolutamente aiutate a ripensare al loro passato e a poter tornare in società!. Nessuno si chiede ‘come’ tornano: questa è una falsa sicurezza! », ha commentato. Riguardo al nuovo piano-carceri, che dovrebbe andare in Consiglio dei ministri entro il 15 settembre, annunciato nei giorni scorsi dal Ministro della Giustizia Angelino Alfano, che ha chiesto all´Unione Europea fondi per la costruzione di nuovi edifici, il cappellano ha parlato di «una misura che non contrasta nulla Per costruire carceri, lo sappiamo tutti, ci vogliono anni e anni; ne abbiamo già costruiti e sono lì, come monumenti inutili, perché poi non ci sono i soldi per riempire le carceri delle strutture necessarie, per riempire le carceri di personale di custodia, di operatori dei trattamenti, ect. E quindi, se non si mette mano al Codice penale, alla depenalizzazione dei reati, a non immaginare che tutto debba essere semplicemente ‘punito’ con il carcere, io credo che potremmo costruirne 100 all´anno e non risolveremmo il problema». Secondo il sacerdote, «la maggior parte dei detenuti attualmente sono in una situazione di apatia perché capiscono che non si vuole andare da nessuna parte se non detenerli rinchiusi e basta. Io chiederei a noi cittadini liberi, e poi a noi cristiani, di provare ad aprire la nostra mentalità per accogliere queste persone nel momento in cui - per esempio - escono». «Infatti - ha concluso - la gran parte di quelli che escono automaticamente sono pressoché costretti a tornare in carcere perché non trovano più alcun tipo di accoglienza da parte di nessuno».

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